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      Quando il tuo lavoro ancora non esiste | Intervista a Dora, interculturalista

      Lavorare in uno spazio di coworking può aiutare a definirci professionalmente? Lo abbiamo chiesto a Dora Musini, professione interculturalista made in USA e nuova coworker.



      Vivere in un paese straniero, accumulare esperienze umane e lavorative in una terra lontana e diversa da quella di origine, si sa, può comportare vantaggi e svantaggi. Tra i primi: sicuramente apprendere competenze, approcci, stili di vita nuovi e inesplorati. Tra gli svantaggi, o meglio tra i rischi, la nostalgia di casa o peggio, una volta tornati, sentirsi stranieri in patria.

      Questo, dal punto di vista professionale, è quello che è successo a Dora Musini, nostra coworker di recente acquisizione. Dopo un periodo negli States è tornata in Italia “importando” un mestiere che qui ancora un mestiere non è: l’interculturalista. Che fare allora? Meglio reinventarsi da zero o costruirsi mattoncino dopo mattoncino una strada su misura? E in tutto questo, cosa c’entra il coworking?

      Ecco la nostra ultima intervista per la rubrica “Quello che i coworker non dicono”.


      1. Ciao Dora! Raccontaci chi sei e cosa fai.

      Ciao! Mi chiamo Dora e sono un’interculturalista. L’oggetto della mia passione (e professione) è la comunicazione interculturale fra persone di diversa cultura e identità. In realtà, al momento quello che faccio per vivere è insegnare inglese. Lavoro per una società che organizza corsi, sia di gruppo che individuali, per adulti e ragazzi.

      2. Interculturalista: cosa vuol dire?

      Quella dell’interculturalista è una figura professionale recente, emersa da studi concentrati sul capire cos’è una cultura, quali sono le problematiche degli incontri tra culture, come gestire le differenze e comunicare senza creare conflitti. Si tratta di una figura a cavallo tra la mediazione interculturale, la formazione e il business a livello internazionale. Negli Stati Uniti, dove mi sono formata, nelle risorse umane delle sempre più aziende hanno una persona dedicata interamente alla diversità e all’interculturalità; in Italia ad oggi la richiesta non è molta, forse perché da noi la società si sta ancora diversificando e il mercato è ancora in via di sviluppo.

      Per me, l’interculturalista è quel professionista che aiuta chiunque abbia a che fare con altre culture: chi lavora con i rifugiati o gli immigrati, gli studenti che fanno scambi all’estero, chi per lavoro deve muoversi o accogliere qualcuno con una cultura diversa. I campi di applicazione sono infiniti, ma in Italia moltissimo di questo lavoro è ancora su base volontaria, non professionalizzata.



      3. Come mai hai scelto di lavorare in un coworking?

      Per la natura individuale del lavoro da insegnante che sto svolgendo, non ho colleghi e mi trovo a lavorare da sola. Essendo una persona molto socievole – come si evince anche dal tipo di professione che mi sono scelta – mi piace moltissimo parlare e stare con le persone. Durante il lockdown ho sofferto molto, a livello psicologico, perché stando chiusa in casa non ho visto nessuno per mesi. Inoltre, sono in una fase in cui devo cercare contatti e capire come inserirmi nel panorama dell’interculturalismo: questo tipo di ricerca è un lavoro che si svolge interamente da computer, quindi vedere altre persone che lavorano accanto a me mi mette addosso una sorta di “pressione psicologica” che mi sprona a rimanere concentrata!

      4. Un vantaggio e uno svantaggio di lavorare in un coworking in tempi di Covid-19?

      Un vantaggio, prima di tutto, è essere circondata da persone e poter dire “io lavoro con loro”. La dimensione sociale è la prima a morire quando siamo tutti chiusi in casa, quindi poter dire “continuo a vedere i miei colleghi” per me è importantissimo. Inoltre ci sono molti coworker con competenze complementari alle mie e così mi sto costruendo anche una rete di contatti per quando diventerò una freelancer a tutti gli effetti.

      Avendo scelto un abbonamento a ingressi, purtroppo mi ritrovo a volte a non avere a disposizione tutti i miei materiali. Per esempio, quando programmo una lezione mi capita che mi vengano in mente attività viste in libri che ho a casa. L’unico svantaggio, anche se irrisorio, è quindi quello di dover fare lo zaino, spostarsi e non avere un ufficio dove lasciare tutto ciò che è relativo al lavoro.

      5. Dove ti vedi in futuro?

      Domanda difficilissima. Da una parte sto cercando di visualizzare dove sto andando con un progetto di formatrice freelancer, magari in contatto con una rete di aziende e compagnie con una visione progressista e orientata al sociale. Quindi mi piacerebbe trovare una rete professionale che mi permetta di sviluppare la parte interculturale della mia professionalità.

      Contemporaneamente però, cerco di non vedermi da nessuna parte per non limitare le mie opzioni e non chiudere porte già da ora! Ci sono tante organizzazioni, associazioni e aziende che si occupano di temi interculturali (come la nostra IBO Italia!), con le quali condivido l’obiettivo di diffondere valori e competenze interculturali, e con le quali una collaborazione potrebbe essere molto interessante.

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