Tra parole, viaggi e passioni – Intervista a Lisa Bertacchini

    Oggi vi presentiamo Lisa Bertacchini, traduttrice, interprete e docente di lingue straniere, arrivata ad On /Off per condividere gioie e dolori del suo lavoro con altri freelance. Ce ne parla nell’intervista per la rubrica Quello che i coworker non dicono.

    “Quando mi chiedono come sono arrivata dove sono adesso, io dico sempre che, nel concreto, ero molto invidiosa del papà che noleggiava le auto in vacanza e io volevo imparare a fare la stessa cosa, ma in inglese.”
    Lisa Bertacchini - Coworker

    Ciao! Parlaci un pò di te!

    Ciao! Sono Lisa e sono traduttrice esperta in localizzazione UX, interprete e docente di lingue straniere.

    Come sei arrivata ad On/Off?

    Sono arrivata qui ad On/Off grazie al bando S.U.S.I, e mi sono unita alla community di On/Off perché cercavo un gruppo di professionisti con cui condividere gioie e dolori del nostro lavoro.

    Come mai hai scelto di lavorare in uno spazio di coworking?

    Lavorare in uno spazio di coworking mi permette di gestire meglio i miei tempi di lavoro e, a differenza di quanto pensassi, anche a concentrarmi di più.

    Raccontaci come è nata la tua passione per le lingue!

    Ho fatto il liceo linguistico, ma la svolta è arrivata con la prima vacanza studio. Avevo 14 anni, ma insistevo di non voler andare con il mio professore e la mia scuola, perché non volevo italiani intorno altrimenti non avrei imparato bene la lingua. Quindi sono partita e sono stata per un periodo in un campus, dove facevo metà giornata lezione in inglese e metà danza, che è l’altra mia passione. Da qui io mi sono appassionata al viaggio da sola, alle culture diverse e il fatto di vivere la lingua attraverso tanti modi, e non solo con la lezione, è ciò che mi ha fatto capire che questa sarebbe stata la mia vita per un po’! Ho studiato francese, inglese e spagnolo, ma ho sempre investito personalmente molto di più sull’inglese!  Tutte le estati viaggiavo nei tre paesi e alla fine del liceo non avevo molto le idee chiare, ma l’unica cosa di cui ero sicura era che, se avessi coltivato la passione delle lingue, avrei preferito comunicare con esse e non insegnarle in modo freddo!  Ho quindi deciso di fare il test di ingresso per le due scuole di interpreti e traduttori di allora: sono entrata in entrambe, ma ho deciso di andare a fare la triennale per interpreti e traduttori a Forlì, perché i corsi che offriva erano molto più vicini a quello che volevo fare. Il secondo anno l’ho passato a York in Inghilterra… qui ho capito che era quello che volevo fare nella vita! Alla triennale ho studiato anche l’arabo, ma il mio percorso di studi non mi ha permesso di approfondirlo. Le mie lingue di punta sono diventate l’inglese e lo spagnolo, perché erano quelle su cui lavoravo di più. Nell’anno all’estero, ho capito che se avessi fatto una magistrale, non l’avrei fatta in Italia, perché non mi sembrava avesse senso studiare nel mio campo soltanto nel mio paese. Finita la triennale, ho deciso di fare un master in interpretazione di conferenza nel Regno Unito. A questo punto, però, ho deciso che avrei messo le mani in pasta, per poi partire!

    Raccontaci come sei arrivata fino ad oggi a svolgere questi tuoi tre diversi lavori!

    Nel 2017, ho fatto un corso magistrale di interpretazione di conferenza a Leeds, riconosciuto dalla comunità europea. La mia idea all’epoca era più di fare l’interprete, che la traduttrice, cosa che ho fatto, ma in realtà questa idea era motivata sia da una questione di personalità, ma soprattutto dal fatto di non essere da soli. La mia idea di figura dell’interprete era di una persona che stesse a più contatto con le persone, ma in realtà sei molto da solo. Al contrario, tradurre mi ha permesso di entrare in team di professionisti, in quanto tradurre un’app vuol dire entrare in contatto con lo UX writer, ovvero chi scrive i testi, il responsabile marketing che ha deciso di lanciare la campagna, un copywriter che scrive le email per i clienti: quindi a differenza della mia idea iniziale, trovo molta più soddisfazione ed entusiasmo nella parte di traduzione! Il mio lavoro non è un lavoro puramente linguistico, dall’esterno c’è l’idea che di avere davanti una persona che sa prendere le parole e metterle in un’altra lingua. Ma in realtà non è un gioco di parole, ma di messaggio e di comunicazione. Quindi il risultato di una scelta non è solo una questione di dizionario, ma usiamo quella parola perché il settore marketing ha deciso che quella è la parola giusta, perché lo UX writer crede che sia la migliore per guidare l’utente, perché io credo che in quella lingua e in quella cultura sia adatta, ecc. Prima di aprire la Partita Iva, ho lavorato sulle navi da crociera, viaggiando tra Australia, Nuova Zelanda e Giappone. Poi sono tornata e da lì ho sempre lavorato nel mio settore quindi interpretariato, traduzione e le docenze di lingue straniere per adulti e in ambito aziendale. Cosa che non volevo fare, mentre ora apprezzo molto e che mi dà grandi soddisfazioni perché condivido, non solo la competenza linguistica, ma anche la mia esperienza comunicativa con persone che dovranno comunicare in inglese, spagnolo o francese.

    Hai altre passioni?

    Durante il primo anno di università, ho avuto la fortuna di lavorare, in estate, come assistente internazionale sugli YOT alle Cinque Terre. Quando ho finito la triennale, l’agenzia per cui ho lavorato mi ha chiesto di fare uno stage con loro che poi si è trasformato in un anno e mezzo di lavoro in ufficio. Ciò che facevo era assistenza linguistica di tutto quello che era l’organizzazione di viaggi per i clienti stranieri e ho preso il patentino come accompagnatrice turistica quindi facevo viaggi con loro.  Questo mi ha permesso di unire due mie grandi passioni: la parte linguistica, non strettamente di traduzione, e i viaggi! Quando ho tempo e il lavoro me lo permette, lavoro ancora nel settore turistico. In particolare, accolgo i turisti stranieri e li guido alla scoperta del nostro territorio, soprattutto del settore enogastronomico. Quando ho iniziato facevo sia incoming che outgoing, quindi sia accoglievo all’estero che portavo qui. All’inizio rifiutavo l’incoming, poi ho provato e mi sono resa conto che la meraviglia negli occhi dei turisti di ciò che per me era scontato era diventato per me prezioso. 

    Quali sono i tuoi obiettivi futuri?

    In un futuro, mi piacerebbe lavorare in gran parte da remoto, perché mi piaccia viaggiare e soprattutto non credo che la mia professione possa sopravvivere se non vivi la cultura di un luogo. Quindi il viaggiare non è solo passione e piacere mio, ma sia anche una necessità quella di essere esposti ad una lingua e una cultura che cambiano.   Lavorare come interprete, traduttrice e docente ma unendo le tre cose. perché il mio cervello ha bisogno di essere stimolato: anche perché il lavoro magari molto specifico del traduttore che si sofferma sulle parole è molto diverso da quello dell’interprete che invece deve essere rapido, perché devo farlo subito senza il tempo di pensare, ma mi alleno a scegliere bene quando traduco; mentre quando insegno condivido tutto quello che raccolgo. Mi piacerebbe sempre di più entrare in team, tipo start up o aziende più o meno grandi, che lanciano il prodotto nel mercato italiano e quindi lavorare in un team variegato, fatto di professionisti che non fanno solo il mio lavoro, anche perché io imparo così. Oltre a continuare ad investire nella formazione nel mio campo, ho capito che faccio passi avanti soprattutto se ho input da  professionisti che vengono da ambiti diversi, quindi adatto quelle che sono le loro competenze con ciò che faccio io e viceversa.