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      #DistantiSaluti: Caro Coworking…come stai?

      #DistantiSaluti è la rubrica di pillole di resilienza per il lavoro, agile e non, ai tempi del corona virus nata dal network di Officine On/Off e FabLab Parma.Contenuti digitali, slide, brevi video, consigli, pillole appunto, su argomenti specifici che ci sono propri e di cui siamo esperti.



      In questi giorni il nostro coworking ci manca più che mai.

      Tanti sono gli interrogativi, le domande e i dubbi che frullano in testa, a noi come probabilmente a qualsiasi altro coworking manager e gestore di spazi collaborativi al mondo.

      La nostra ricchezza, il nostro valore aggiunto, la nostra forza finora si è basata su questi elementi basilari:

      1. Uno spazio fisico, da noi gestito, mantenuto e animato
      2. Le persone che frequentavano fisicamente quello spazio
      3. Le contaminazioni, gli scambi, la condivisione e la collaborazione professionali e umane generate dalla connessione e la vicinanza fisica di quelle persone all’interno di quello spazio

      I dubbi e le incertezze attuali non derivano dall’impossibilità di poter godere e usufruire dei luoghi e dei suoi abitanti in questo momento o per un periodo di tempo X, ma piuttosto dall’immediatezza e dalla rapidità sconvolgente con le quali, da un attimo all’altro, la base del nostro lavoro (spazi + persone) si è dimostrata inaccessibile se non addirittura dannosa, per noi e per gli altri, da quando è scattata la vera emergenza.
      Il coworking, per noi, non è mai stato solo un affitto di scrivanie. Per noi è una leva di cambiamento sociale, uno strumento di aggregazione, un generatore di valore per il territorio circostante, per tutti, per noi stessi. È stato sempre qualcosa in più rispetto allo spazio e alle persone in senso stretto, allo spazio e alle persone presi singolarmente, ma anche allo spazio e alle persone sommati insieme.


      Il coworking per noi finora è stato una specie di equazione, dove l’incognita da trovare era il risultato del nostro lavoro da promotori brillanti, animatori capaci, community manager intraprendenti. Tutto partiva da fattori sicuri, da elementi che davamo per scontato: lo spazio e le persone.

      + personex + spazio = + coworking

      Ora che tutto è un’incognita (+ persone + spazio = x), come troviamo il coworking?


      #1 Attraversare il rischio

      Citando Fabio Salvatore, se paragoniamo questa situazione a una piena, una piena bella forte, le possibilità che abbiamo per gestirla sono due, o meglio tre.

      1. Rimanere immobili ed essere travolti dalla piena
      2. Seguire la piena, rischiando di sbagliare e trovare ostacoli
      3. Dotarsi di un gommone o di un salvagente, proteggendoci, non gestendo la piena ma gestendo almeno la nostra situazione

      Non potendo più permetterci di dare più niente per scontato, decidiamo di vivere l’incertezza, e non solo di sopravvivere ad essa. Sappiamo ora che non tutto andrà bene e che il rischio andrà non solo governato ma vissuto e attraversato.

      Come prima mossa, la più basic e primordiale: guardiamoci allo specchio, nelle palle degli occhi, e decidiamo di rimboccarci le maniche e (ri)partire.


      #2 Partire dai dati o crearli

      Subito dopo, occorre guardarsi intorno e vedere cosa hanno fatto e stanno facendo gli altri. Gli ultimi dati raccolti circa lo stato attuale del coworking vs coronavirus, pur avendo solo 15 giorni, sono già vecchi e, di fatto, non applicabili al contesto italiano. Al sondaggio “How Coworking Spaces are Navigating COVID-19” condotto dal portale Coworker.com tra il 16 marzo e il 18 marzo, hanno risposto coworking da territori e nazioni che all’epoca non avevano ancora adottato misure restrittive come quelle vigenti ora in Italia.

      Un’altra realtà che molto attivamente si sta mobilitando, per cercare e al tempo stesso dare risposte alla comunità globale dei coworking, è Socialworkplaces, società nata a Bruxelles per organizzare la Coworking Europe Conference. In questo videopanel hanno chiesto a cinque coworking manager provenienti da Stati Uniti, Spagna, Israele, Paesi Bassi e Belgio di raccontare le misure adottate per fronteggiare l’emergenza, chiedendo loro risposte concrete su temi come la liquidità finanziaria e i rapporti con banche e affittuari. In quest’altro video, ancora più recente, hanno chiesto a due coworking manager provenienti dai paesi che stanno lentamente superando la pandemia (Cina e Corea del Sud) come stanno affrontando il ritorno al lavoro e quali sono stati gli impatti dell’emergenza sanitaria sulle loro attività.


      E in Italia?

      L’edizione 2020 (l’ottava) di Espresso Coworking, l’unico evento nazionale dedicato al coworking nel nostro paese, organizzato da Navitas Coworking (Civitanova Marche) e inizialmente previsto per il 15, 16 e 17 maggio, è stato rimandato a data da destinarsi il prossimo autunno. Nel frattempo, il portale Italian Coworking ha aperto una survey per condividere gli impatti dell’emergenza sulle attività e le misure adottate dai coworking nostrani, compilabile fino a giovedì 2 aprile.

      #3 Disegnare scenari

      Rivalutare i nostri servizi e ipotizzare modelli di business alternativi, supportando le esigenze attuali della propria comunità: è fattibile?

      Approfittando della situazione di “obbligo alla riflessività” in cui ci troviamo, dimostriamo di essere davvero una soluzione flessibile, come ci siamo venduti fino al mese scorso. Qui di seguito trovate alcune “quotes”, provenienti dai coworking che hanno partecipato alla survey di Coworkers.com, dalle quali partire per (ri)disegnare scenari eventuali e valutare possibilità nel vostro caso specifico e concreto. Come vedrete, molti di queste riconfermano la funzione pubblica dei coworking, in quanto presidi, anche virtuali, di comunità, “luoghi” che al di là della chiusura fisica e strutturale continuano ad essere un punto di riferimento per la collettività, anche e soprattutto in una situazione di instabilità.

      Questa può essere un’occasione per provare modi più produttivi di lavorare. Dopo che l’emergenza sanitaria si sarà stabilizzata, arriverà la tempesta finanziaria che ci colpirà duramente: a quel punto il coworking potrebbe essere un’opzione sia per le aziende, che necessiteranno ridurre i costi fissi di struttura, che per i lavoratori pendolari, per sentirsi al sicuro, più vicini alle loro case, essere più produttivi e risparmiare denaro”.

      CoworkCascais, Portogallo

      Utilizziamo slack e i social per mantenere l’impegno, incoraggiare ed evitare l’isolamento e la solitudine dei membri della nostra comunità.

      Plug and Play, Germania

      Il coworking non è solo wi-fi: è soprattutto una comunità. Organizziamo colazioni, lezioni di yoga e diffondiamo “consapevolezza” online.

      La Beach Factory. Spagna

      Stiamo scrivendo articoli sul nostro blog, realizzando video su come lavorare in remoto e filtrando le notizie sul COVID-19 per la nostra community.

      Manistal, Belgio

      Dopo che l’emergenza sarà rientrata, le persone pretenderanno flessibilità e scelta su come, dove e quando lavorare. Le aziende stanno imparando che i dipendenti per essere produttivi non devono necessariamente rimanere 8 ore seduti su una scrivania uno di fianco all’altro, né tantomeno essere controllati. Lo smart working è spesso lo step che precede il coworking.

      GCUC Global Coworking Community

      Infine, oltre agli scenari proviamo a ipotizzare nuovi concetti e visioni diverse di uno “spazio di lavoro”.

      Questa evoluzione potrebbe richiedere una re-immaginazione totale di come lavoriamo e viviamo l’uno con l’altro: gli architetti potrebbero essere chiamati a progettare una nuova e inedita tipologia di spazi, che unisca digitale e fisico, locale e globale, lavoro e vita, relegando ormai a un passato lontano l’immagine di centinaia di dipendenti stipati in un unico edificio per 8 ore al giorno.

      Archidaily

      #4 Cambiare grammatica

      Prima di cambiare dal punto di vista operativo, è necessario cambiare testa e risignificare alcuni concetti su cui fino a ieri facevamo affidamento e che sembrava riuscissero a rappresentarci e identificarci.

      In diversi (dal sociologo Flaviano Zandonai all’antropologo dell’innovazione Alex Giordano) stanno riattualizzando, in contrapposizione o comunque in sostituzione della tanta osannata e inflazionata “resilienza” (intesa come capacità di attutire il colpo di uno shock rimanendo però inalterati nella forma e nella sostanza), il concetto di “antifragile” di Nassim Taleb, riferito alla possibilità di dialogare con l’incertezza coltivando il cambiamento. Essere antifragili comporterebbe quindi assumere il cambiamento come dato oggettivo, senza venire a meno della propria identità, ma imparando dagli errori e compiendo uno step evolutivo ulteriore alla resilienza, con un approccio quasi cybernetico in stato di “beta permanente”.

      La chiave di tutto è l’antifragilità. Sappiamo che la nostra incapacità di comprendere a fondo i fenomeni umani e naturali ci espone al rischio degli eventi inaspettati. Ma l’incertezza non è solo una fonte di pericoli da cui difendersi: possiamo trarre vantaggio dalla volatilità e dal disordine, persino dagli errori, ed essere quindi antifragili. Il robusto sopporta gli shock e rimane uguale a se stesso, l’antifragile li desidera, e se ne nutre per crescere e migliorare. 

      Nassim Taleb 

      Saper adattare la nostra risposta a un bisogno emerso è da ricondursi anche alla nostra tanto agognata innovazione, che per definizione nasce dalla rottura di un equilibrio ma che non può essere raggiunta da soli. Per essere parte dell’incertezza e prosperare nel caos è quindi indispensabile essere interdipendenti (Paolo Venturi).

      “Officine On/Off. Spazi di innovazione a Parma”, recita il nostro payoff. A questo punto, non ci rimane che cambiare il sottotitolo della nostra rubrica #DistantiSaluti (per l’appunto “pillole di resilienza”) e fare appello alla nostra capacità di attivare reti e aggregare intelligenza collettiva per risolvere insieme la nuova equazione ritrovando le persone e lo spazio.

      ROSSELLA LOMBARDOZZI
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