Un articolo di Ximena Málaga Palacio
Sustainability Strategist | Project Writer & Manager | Financial Advisor
Cattive notizie: condividere scrivanie non significa essere (più) sostenibili
Ma possiamo rigenerare gli hub collaborativi, insieme.
Scrolling, scrolling, scrolling. Lo faccio anche io.
Nonostante lavori nel campo della sostenibilità, non ho nessuna pretesa di superiorità morale sulle abitudini personali. Pensare solo che la carbon footprint individuale, quella che ci fa sentire in colpa per ogni viaggio in auto o bicchierino di plastica, è stata inventata nel 2004 dall’ufficio marketing di British Petroleum (oggi BP). Un gigante petrolifero con un’idea brillante per scaricare sulle persone la fatica della transizione, mentre loro continuavano a estrarre idrocarburi come se niente fosse.
E proprio mentre scorrevo distrattamente, mi sono imbattuta in un reel che mi ha strappato un sorriso e una riflessione. Ci troviamo in un coworking milanese “hipster vegan cashless emissioni zero salute benessere case libri auto viaggi fogli di giornale”. I protagonisti, incerti, si guardano attorno con aria colpevole. Il motivo? Uno dei due ha con sé una bottiglietta di plastica invece della tassativa 24 Bottles.
Ora, la domanda che mi è sorta spontanea è: Se il modo più ecologico in cui abitiamo gli spazi collaborativi li sta trasformando in uno stereotipo, almeno “sotto” stiamo costruendo una transizione ecologica reale?
Lo trovi ovunque. Nei manifesti aziendali, nei pitch per i finanziamenti, nei post sui social media.
Oggi, un hub deve essere o almeno dichiararsi “green”.
Possiamo smetterla con il “green”? È una parola comoda, rassicurante, ma anche pigra. Semplifica troppo, riduce la complessità a un colore, a un bollino, a una fogliolina sul logo. Ma la sostenibilità è intreccio, relazione, cambiamento. E continuare a chiamarla ‘green’ è come voler spiegare un ecosistema con un hashtag.
Quando entro in questi hub li osservo con attenzione, perché non sono solo spazi che frequento, ma studiarli, svilupparli e contribuire a renderli più sostenibili è parte di ciò che faccio ogni giorno. Vedo arredi in materiali riciclati, qualche, anzi tante piante ben posizionate, dispenser d’acqua al posto delle bottigliette di plastica, una compostiera, un orto. Piccole soluzioni che, negli anni, ho promosso, sperimentato e spinto a implementare anche io, perché giuste, perché necessarie.
Parlo con chi li gestisce, mi racconta con orgoglio che fanno la differenziata, che il caffè viene servito solo in tazze di ceramica. Annuisco, perché sì, tutto questo è positivo. Ma la sostenibilità non è questo, o almeno, non è solo questo.
Negli anni, ho visto come l’attenzione ai dettagli possa dare l’illusione di un cambiamento profondo, mentre il vero nodo resta intatto. E oggi, dopo tutto il lavoro fatto, dopo tutti i progetti seguiti, so con certezza che serve andare oltre. È arrivato il momento di alzare l’asticella.
Se un hub non è integrato con la comunità in cui opera, possiamo davvero definirlo sostenibile?
Se la collaborazione rimane confinata agli spazi interni e non genera valore oltre la cerchia di chi già vi lavora, possiamo parlare di impatto?
Se il modello con cui viene gestito non favorisce la partecipazione, l’inclusione, l’accessibilità, è ancora un hub collaborativo?
Se chi lavora in quegli spazi è in costante precarietà, con lavori intermittenti e poco tutelati, possiamo parlare di sviluppo sostenibile?
Gli spazi collaborativi sembrano in continua evoluzione: nuovi modelli, nuovi format, nuovi trend. Ma se tutto si trasforma senza trasformare, non stiamo solo girando in tondo?
Un hub non è un contenitore, è un’infrastruttura sociale. Se funziona bene, abilita connessioni, innesca scambi, produce conoscenza e valore diffuso.
Complice l’oggettiva complessità delle strutture e la variabilità della iniziative che caratterizzano le nostre organizzazioni abbiamo forse creduto che bastasse abbassare i consumi, eliminare la plastica, adottare materiali più “eco-friendly”, che , tra l’altro, dovremmo smettere di chiamare così: L’UE ha vietato queste diciture a livello commerciale per un motivo ben preciso: “eco-friendly”, “naturale”, ‘”ecologico” sono diventate parole così generiche da risultare fuorvianti ed entro il 2026 non potranno più comparire sulle etichette dei prodotti senza una prova concreta a supporto.
Tutto giusto. Tutto necessario. Ma non basta.
Gli hub collaborativi non sono luoghi, ma processi.
Eppure, troppi hub oggi continuano a ragionare in modo competitivo invece che collaborativo. Continuano a operare come imprese isolate, invece che come parte di un sistema più grande. Continuano a costruire reti di contatti, invece che reti di interdipendenza.
Perché se non genera connessioni, se non crea nuove opportunità, se non è in grado di redistribuire valore… allora è solo un altro spazio con delle scrivanie, non un hub collaborativo.
E allora la domanda non è più: “quali pratiche di sostenibilità ha adottato il mio hub?”
La domanda vera è: “il mio hub è un motore di sostenibilità per chi lo abita e per il contesto in cui opera?”
Tutto questo “cambiamento” non avviene da solo. Serve metodo, servono strumenti, servono nuove logiche economiche e di governance, servono persone pronte a sperimentare.
Ecco perché, un paio di anni fa, dentro uno spazio collaborativo che per me è stato ed è ancora oggi più di un luogo di lavoro, ho iniziato a fare una serie di domande. E non ero da sola. Una persona chiave nella mia crescita professionale ha colto la sfida di cercare risposte con me.
Da quelle domande e da una certa capacità di concretizzare le idee, è nato HUB_UP! Sustainable Hubs Network, un progetto che vuole portare gli hub “oltre”, aiutandoli a costruire modelli più radicati nei territori, più capaci di generare valore reale e duraturo. Un percorso pratico per chi vuole trasformare gli hub in infrastrutture che funzionano, che creano impatto, che fanno la differenza.
E questa visione sta già prendendo forma grazie a chi ha scelto di essere parte di questo percorso promosso da On/Off APS: Il dipartimento di Ricerca OPERA UNIMORE, da anni attivo nella rilevazione e analisi dell’evoluzione dell’impatto sociale e ambientale dei nostri hub. ART-ER Emilia-Romagna in qualità di co-promotore. Impact Hub Reggio Emilia, Laboratorio Aperto Modena, Tecnopolo di Ravenna, Consorzio Wunderkammer Ferrara, DumBO Bologna, Start Working Pontremoli, Associazione Zoe, Pizza Mistica, Hub.Forlì, Ikigai Hub, Treballu Hub, La KAP ets, BeeBo, Spazio2 Piacenza, e tutte le persone e realtà che hanno deciso di salire a bordo fin da subito.
Ecco perché con il Sustainable Hubs Network stiamo scrivendo un Manifesto per degli hub sostenibili, o meglio ancora rigenerativi (chiamateli come volete, ma chiamateli!)
Non per creare un elenco di regole, ma per costruire un nuovo orizzonte di senso.
Gli hub collaborativi devono diventare infrastrutture del futuro, non showroom del presente.
Hub_Up! è il primo passo. Il Manifesto è il secondo. Il resto lo scriveremo insieme. 🚀
Noi ci incontreremo qui:
-Parma – Officine On/Off, il 21 marzo 2025 – Imposteremo il Manifesto con Alessio Alberini, esperto in Sustainability Advocacy e Business Design
-Reggio Emilia – Impact Hub, l’11 aprile 2025 – ESG per spazi collaborativi con Nadia Paleari, Innovation & Sustainability Strategist
-Modena – Laboratorio Aperto, il 28 aprile 2025 – ESG per spazi collaborativi con Nadia Paleari, Innovation & Sustainability Strategist
-Ravenna – Tecnopolo, il 12 maggio 2025 – ESG per spazi collaborativi con Nadia Paleari, Innovation & Sustainability Strategist
-Ferrara – Consorzio Wunderkammen, il 23 e il 24 maggio 2025 – Hack your Hub! – 48 ore per rigenerare spazi ed eventi collaborativi
Tutte le info del progetto qui: https://officineonoff.com/hub-upsustainable-hubs-network/
Contatti: pm1@officineonoff.com segreteria@officineonoff.com
















