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Il coworking contro l’epidemia della solitudine

Gli esseri umani sono creature sociali a cui piace stare vicino ad altri esseri umani. Indipendentemente dai progressi nella tecnologia, pare che il fenomeno non abbia intenzione di cambiare nel breve termine.

Applicando questa dinamica al “coworking”, non è difficile immaginare quali siano le prospettive future. Negli ultimi cinque anni, l’industria del coworking è cresciuta molto rapidamente a livello mondiale: dagli 1,6 milioni odierni, è prevista un aumento esponenziale del numero di questo tipo di spazi fino a circa 3,8 milioni nel 2020. Dalla ricerca “Coworking Spaces are Human Spaces” effettuata dalla GCUC (Global Coworking Unconference Conference) emerge chiaramente come tra i motivi fondamentali di questa crescita vi siano proprio gli aspetti sociali del coworking.

Ma facciamo un passo indietro, o meglio, ragioniamo al contrario. Cosa comporta lavorare da remoto? Sicuramente molti vantaggi: tra i primi che ci vengono in mente, orari flessibili, zero spostamenti, autonomia e controllo sul proprio modo di lavorare.

Ma come ogni lavoratore da remoto, così come diversi studi, confermano, l’isolamento e la solitudine sono due delle conseguenze più diffuse e sofferte da chi lavora al di fuori dell’interazione umana tipica di un ufficio.

Secondo Vivek Murthy, ex medico generale degli Stati Uniti, l’aumento di lavoratori indipendenti e della “gig economy” è una delle ragioni principali della crescente “epidemia di solitudine”. Murthy sottolinea anche che la solitudine è un problema di salute, oltre che sociale, “associato ad una riduzione della durata della vita simile a quella causata dal fumo di 15 sigarette al giorno, e persino maggiore di quella causata dall’obesità”.

La ricerca sui coworking effettuata da GCUC dimostra come questi spazi di lavoro condivisi e basati sul senso di appartenenza – nei quali dipendenti aziendali remoti, startup, liberi professionisti, etc. lavorano da soli ma insieme – possano ridurre in maniera sostanziale l’isolamento e la solitudine derivanti dal lavoro autonomo.

I risultati principali delle indagini sugli utilizzatori degli spazi di coworking mostrano che:

  • l’87% degli intervistati dichiara di incontrare altri coworker per motivi sociali
  • il 54% dichiara di socializzare con altri coworker dopo il lavoro e/o nei fine settimana
  • il 79% afferma che il coworking ha ampliato le proprie reti sociali
  • l’83% dichiara di essere meno solo da quando frequenta uno spazio di coworking
  • l’89% afferma di essere più felice da quando frequenta uno spazio di coworking

N.B. Gli obiettivi iniziali di questo studio non erano in realtà focalizzati sul lato sociale del coworking, bensì sul ruolo che il networking connesso al lavoro gioca nelle comunità di coworking. I risultati dello studio mostrano quindi che i legami professionali sono fortemente rafforzati dall’appartenenza a uno spazio di coworking:

  • l’82% degli intervistati dichiara che il coworking ha ampliato le proprie reti professionali
  • l’80% ha riferito di rivolgersi ad altri membri di coworking per aiuto o orientamento
  • il 64% ha affermato che la propria rete di coworking è un’importante fonte di riferimenti lavorativi

Al contrario di quello che sarebbe spontaneo pensare, la maggior parte degli intervistati ha riferito di essere in grado di concentrarsi meglio a causa delle minori distrazioni rispetto al lavoro da casa o nei bar, di impegnarsi di più e con maggior motivazione.

Altri studi confermano questi risultati. Ad esempio, i ricercatori dell’Università del Michigan hanno scoperto che i coworker riportano livelli molto più elevati di “prosperità” rispetto ai lavoratori tradizionali. Il loro lavoro dimostra che ciò è dovuto in parte agli aspetti comunitari degli spazi di coworking, che consentono di socializzare e interagire con gli altri membri. Un altro studio, “Coworking Spaces: una fonte di supporto sociale per professionisti indipendenti”, riporta che il motivo principale per cui la maggior parte sceglie di lavorare in spazi di coworking sono le interazioni sociali.

La situazione non migliora neanche per i dipendenti tradizionali, quindi:  da qui a breve un numero sempre crescente di persone si troverà a dover affrontare l’isolamento e la solitudine connessi al telelavoro. Secondo Gallup,  anche il numero di dipendenti aziendali che lavorano da remoto è in continua crescita (43% nel 2016 a fronte del 39% nel 2012).

Alex Hillman, tra i pionieri del coworking e founder dello spazio “Indy Hall”, è arrivato al punto di dire che “il Coworking non è un’industria di spazi di lavoro; è un settore della felicità”.

In poche parole, creando comunità e riducendo l’isolamento e la solitudine, il coworking porta benefici sia alle organizzazioni che ai lavoratori, basandosi su livelli maggiori e qualitativamente migliori di coinvolgimento lavorativo, produttività e felicità dei propri utenti.

Insomma, non dite che non vi avevamo avvisato.

 

Articolo liberamente tratta da King S., Coworking Is Not About Workspace — It’s About Feeling Less Lonely”, pubblicato su Harvard Business Review il 28.12.2017.

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